Solo il 7% delle startup italiane riesce a crescere in modo significativo dopo la fase di avvio. È questo uno dei dati più rilevanti emersi da una recente ricerca accademica che ha analizzato un ampio campione di imprese attive sul territorio nazionale.
Nonostante l’entusiasmo e il fermento che spesso circondano il mondo delle startup, la realtà appare molto più selettiva. In uno scenario economico caratterizzato da forte incertezza e pressioni sui costi, la differenza tra chi riesce a consolidarsi e chi resta fermo (o chiude) si gioca spesso nei primi anni. Insomma, sopravvivere non basta per garantire una crescita solida nel medio-lungo termine.
Ma da cosa dipende il successo di una nuova impresa?
A fornire una risposta sono i risultati dello studio condotto dalle Università di Roma Tor Vergata, L’Aquila e Sydney, che ha analizzato oltre 44.500 osservazioni di imprese italiane avviate tra il 2011 e il 2019. L’indagine si è concentrata in particolare sulle startup, valutandone la crescita sulla base delle seguenti metriche:
L’obiettivo era identificare i fattori che contribuiscono al successo o all’insuccesso di un’iniziativa imprenditoriale nei primi anni di vita. Il dato chiave emerso è che solo una piccola percentuale (il 7%) riesce a consolidare la propria presenza sul mercato: meno di una startup su dieci.
Ma quali sono allora i tratti distintivi di queste startup di successo?
Secondo lo studio, a incidere positivamente sulla crescita di queste realtà sono le scelte di investimento iniziali, fatte nei primi anni di vita.
Nei primi 3-5 anni di vita, le startup si distinguono in base a due diversi approcci:
Le startup che adottano un approccio eccessivamente prudente, mantenendo alte riserve di liquidità e rimandando gli investimenti strutturali, finiscono spesso per restare ai margini del mercato. L’intento di fronteggiare eventuali imprevisti può trasformarsi in immobilismo.
Secondo i ricercatori, questo tipo di cautela eccessiva riduce la spinta all’innovazione e alla crescita, e rende le imprese più vulnerabili alla concorrenza. In pratica, il capitale non utilizzato rischia di diventare un freno, anziché una risorsa.
Il primo approccio appare più “sicuro”, ma porta spesso a stagnazione.
Il secondo comporta maggiore esposizione, ma aumenta le probabilità di consolidarsi e crescere, rivelandosi in realtà un fattore di resilienza.
Lo studio evidenzia come un’elevata incidenza del capitale fisso iniziale sia correlata a una maggiore probabilità di sopravvivenza e di crescita nei primi anni.
Queste scelte hanno tre effetti:
Lo studio si rivolge anche ai policy maker, sottolineando il ruolo delle politiche pubbliche nell’orientare le scelte di investimento delle imprese. Incentivi fiscali e strumenti di sostegno possono infatti favorire l’allocazione del capitale verso beni produttivi. Tra i programmi più rilevanti citati ci sono:
In un ecosistema complesso come quello italiano, la sinergia tra iniziativa privata e politiche industriali può fare la differenza.
Per generare valore e garantire un vantaggio competitivo sostenibile, sono essenziali i beni immateriali (o intangibili). Costituiscono quella parte di patrimonio aziendale non rappresentato da attività fisiche o finanziarie, il c.d. "capitale invisibile".
Può essere definito come l'insieme dei valori di elementi come:
Le competenze sono una parte fondamentale della struttura aziendale e fattore chiave per guidare la crescita sostenibile di un'impresa.
Competenze trasversali (soft skills), come capacità di leadership e adattamento, comunicazione efficace e gestione dei conflitti, pensiero critico, orientamento al risultato, lavoro in team
È noto come la carenza di competenze, sia hard che soft skills, limiti la produttività e la crescita delle piccole e medie imprese italiane. Le cause sono svariate, ma tra queste la sostenibilità economica è una delle principali.
In tal senso, l’accesso a competenze manageriali di alto livello ma con incarichi part-time, c.d. fractional management, può rappresentare una risposta concreta ai limiti di budget e una scelta strategica fin dai primi passi.
Crescere non è una questione di fortuna, ma di scelte iniziali ben orientate. Lo studio mostra con chiarezza che chi investe presto in asset strutturati ha più probabilità di consolidarsi. Non solo beni materiali, ma anche beni immateriali tra cui il c.d. capitale umano, driver fondamentale della crescita di medio-lungo periodo.
In fase iniziale di avvio della startup, quando le incertezze superano le certezze, il modello di fractional management può essere una scelta intelligente. Figure come un fractional CFO, per la pianificazione finanziaria e il controllo del cash flow, o un fractional COO, per definire processi e infrastrutture operative, sono tra i profili più richiesti. Ma possono essere determinanti anche competenze in marketing (fractional CMO), gestione dell’innovazione, trasformazione digitale e people management.
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